Un oscuro viaggiare (17-18) fine

17)
“Restaurante tre estrellas”, recitava l’insegna, dalla grafica dai caratteri vivi, palpitanti nel calore fondente dell’ora della siesta. Rimasero immobili per un tempo infinito, come ad ammirare il miracolo che teneva in piedi quelle quattro travi marce, tra cactus che spuntavano fantasmatici dalle erbe alte e coriacee. La notte era svaporata col fumo di un’ultima sigaretta. Quella che lui
aveva gettato a finire di consumarsi, proprio vicino alla carcassa del fu don Angel. Il tenente William Reyes si disse che, tutto sommato, la faccenda si era svolta in modo veloce. Seduto al volante, osservò il paesaggio in tutto il suo squallore. Degli avvoltoi stavano saltellando attorno alla carcassa di un coyote, disputandosela. Ogni tanto ne staccavano un pezzo.
Quando aveva pensato di essere in un posto tranquillo, la vampira gli aveva detto di fermarsi. Era discesa, andando ad aprire il cofano. Ne aveva tratto il disgraziato prigioniero, scaraventandolo a terra. Gli aveva strappato la camicia e puntato un ginocchio sul petto, iniziando a graffiarlo dolorosamente. Poi aveva cominciato ad alitargli sul collo che l’avrebbe posseduto mentre lo scuoiava vivo. Gli aveva intimato di dire chi l’aveva mandato e come aveva saputo della loro presenza al Barrio Perdido. Il sicario aveva confessato che il mandante era don Angel. E che a tradirli era stata una certa Pilares, una ragazza catturata qualche sera prima nel locale di don Angel. Dicevano fosse una spia. La vampira gli aveva chiesto se fosse ancora viva. E questi aveva annuito con una smorfia di dolore, per l’unghia che gli stava frugando sotto la pelle. La tenevano prigioniera in una cella sotto il locale. Lì c’era pure un set cinematografico, aveva detto. Pensavano di farla recitare in un prossimo film. Stavano solo aspettando degli ospiti, dei politici di peso, che volevano assistere dal vivo alle riprese. Una rasoiata con l’unghia lo aveva lasciato boccheggiante con la gola squarciata.

Si era aggiustato i baffetti sulla faccia scavata, il colonnello Hurtado, una concatenazione di eventi straordinari che avevano dell’incredibile, stavano mettendo a dura prova la sua razionalità: stava guardando delle poco più che bambine, venir fuori correndo dalle rovine fumanti della discoteca. Avevano la follia stampata in quelle facce infantili, truccate pesantemente. I
narcos ne rapivano anche di più giovani per sollazzarsi o farci di peggio. Ma quello non gli importava. La cosa terribile era come fossero riuscite a sopravvivere. E sì che ne aveva viste di quelle scene, in anni di guerra tra boss che si contendevano il controllo dei traffici: a migliaia erano i morti accumulatisi per le strade. E lui aveva contribuito abbondantemente ad innalzare quelle montagne. I pompieri avevano appena finito di domare l’incendio. Dalle macerie, avevano iniziato ad estrarre corpi carbonizzati, tanti, di sicuro sgherri del boss don Angel. Perchè era l’ora di chiusura quando doveva essersi scatenato l’incendio. A quel che si poteva capire, anche lì aveva colpito il virus. E se ne era convinto quando il sergente Orellana gli aveva mostrato il cadavere martoriato del boss. Il reprobo hijo de puta aveva pagato cara la sua presunzione ed arroganza: pretendeva di poter fare a meno della loro protezione. Era lì, su una barella, ricoperto. A veva sollevato un lembo del lenzuolo e l’aveva riconosciuto. Stranamente, il fuoco gli aveva risparmiato il volto che, comunque, presentava un orribile sfregio sulla guancia. Evidentemente doveva essere stato torturato. E lì erano saltate fuori le bimbe.”Madre de Diòs!”Aveva esclamato qualcuno. E, con un senso di malessere, aveva quasi colto il passaggio leggero, proprio di quella madre invocato da più voci. Si era girato per coglierla in tutta la sua bellezza. Aveva avuto l’istinto di provare a raggiungerla, ma quella lo aveva distanziato in fretta. Aveva chiamato il suo attendente per chiedergli conferma di ciò che vedeva. Ma questi gli aveva detto che vedeva solo tre ragazzine. Allora aveva lasiato perdere. Era superstizioso. E, di sicuro, quella doveva essere la Madonna che aveva portato in salvo le bimbe.

Si scoprì intento a guardarlo affascinato, senza più temerlo, il viso cadaverico della vampira: pareva dormire, rannicchiata sul sedile accanto. Le spostò una ciocca di capelli che le ricopriva la guancia. Lei fece una smorfia dicendogli che, se l’aveva avuta, di non montarsi la testa, perchè non era certo che l’avrebbe avuta ancora. Parlò senza aprire gli occhi, come se fosse sospesa in
un’altra dimensione, un luogo che faceva fatica ad abbandonare. Erano arrivati al locale che non li aspettavano. Il set era già pronto. Gli ospiti erano tre uomini ed una donna. Dall’aspetto dovevano essere davvero molto importanti. Trepidavano, per la sorpresa che teneva in serbo per loro, lo stimato don Angel. Questi, sorridendo affabile, li stava intrattenendo, concedendo loro i favori di tre bambine. Loro, gli ospiti, erano sempre stati curiosi di assistere alle riprese dal vivo di uno snuff movie. Ed i soldi che avevano speso, pareva che ne fossero valsi la pena. Ma, quando videro entrare quella ragazza, così bella e dall’aria selvaggia con quei lunghi capelli inanellati, l’eccitazione era andata alle stelle. L’amante e boia si era già apparecchiato con i suoi strumenti di tortura. Le aveva strappato gli abiti di dosso con brutalità, colpendola ripetutamente al volto, prima di rovesciarla sul tavolo.

All’inizio aveva lasciato le bambine nelle mani dei sanitari, con l’ordine di vedere se riuscivano a cavarne fuori qualcosa. Ma poi era giunto Orellana a dirgli che sembravano andate del tutto: di sicuro avevano esagerato a riempirle di droga: parlavano di una donna, di un vampiro più che di una donna, che aveva fatto strage. Di un’altra ragazza che stavano torturando per farne un film. E
di un gringo che le aveva accompagnate fuori. Ma la cosa che lasciava perplessi era che insistevano nel dire che, quelli, erano ancora lì dentro e che si apprestavano ad uccidere don Angel. Indicavano un sotterraneo, come se fosse possibile che quelli potessero ancora essere vivi in quel carnaio fumante. Gli uomini avevano controllato palmo a palmo le rovine, ma non avevano trovato nessuno e neanche un angolo che non fosse stato visitato dal fuoco. Il colonnello Hurtado aveva aggrottato le sopracciglie: un altro dilemma si era aggiunto, era solo spiegabile con la visione della Madonna che aveva avuto, il fatto che fossero ancora vive. Quindi non avrebbe potuto farle sparire. Aveva già chiamato Orellana per occuparsene. Ma lasciò perdere, tanto, qualsiasi cosa avrebbero potuto dire, le avrebbero prese sempre per pazze e lui non si sarebbe inimicato la Madonna che le aveva salvate. Allora aveva detto ad Orellana di lasciar perdere. E si era chiesto cosa ne avrebbe pensato Vargas di tutta quella storia che stava finendo per assumere delle tinte così surreali. Doveva avvisarlo al più presto si era ripromesso.

L’attore assassino la stava frustando, quando lui aveva preso la mira, facendogli un buco in fronte. C’era stato un attimo di smarrimento tra i presenti e la vampira ne aveva approfittato per farne strage. Particolare accanimento l’aveva riservato per gli ospiti importanti: politici di rango ed un giudice di grado elevato, gli avrebbe detto poi la vampira. Ma lui aveva abbandonato la scena. La vampira gli aveva fatto segno di allontanarsi con le bambine, di portarle al sicuro.
Aprì il cruscotto, ne trasse un pezzetto di stagnola ripiegato. Lo aprì ben bene. Con cura arrotolò una banconota, facendone una cannuccia. E tirò su con il naso, generosamente, la polverina che aveva già lavorato in striscette. Si disse che era l’ora di smettere, che quel lavoro era stato l’ultimo.

Hurtado aveva trovato inconcepibile quella situazione: pareva che operassero su piani paralleli. Il virus si stava trasformando in un incubo, comunque aveva assolto il suo compito. Quindi era giunto il momento di toglierlo di mezzo. Aveva chiamato a raccolta i suoi uomini .Convocati gli ufficiali, diede ordini di scovare quei maledetti assassini che stavano ricoprendo di macerie e sangue il nord del Messico. E di fare ben attenzione, guardandosi in giro, per capire quanto fossero pericolosi.

Ancor prima di uscire all’aria aperta, le ragazzine si erano messe a correre terrorizzate, non capiva se da lui o dall’orrore che avevano vissuto negli ultimi istanti. Ma lui non le rincorse, le aveva lasciate andare. Tornandosene giù nello scantinato. Aveva trovato la vampira che fissava un don Angel atterrito:”Vi manda Vargas, vero?”Aveva proferito quelle parole con tono calante, fino a spegnersi in un quasi sussurro ed un gesto ad indicare una prova inconfutabile che, Hurtado e Vargas, fossero stati suoi soci: un video che aveva girato a loro insaputa. Pochi minuti, ma abbastanza per essere convincente. Alla fine, nel silenzio risuonavano solo i gemiti di dolore che sfuggivano a Pilares, per le torture subite. La vampira lo fissava cercando di scavare alla ricerca di quei meccanismi perversi che ne facevano una creatura disgustosa, abominevole. Di sicuro si stava dicendo che era fatto di carne marcia e cellule cerebrali in cancrena. La ragazza era dolorante ma anche furente, pareva non aspettare altro che un segnale per scagliarsi contro il boss.

18)
Appena giunto, il col. Hurtado aveva chiamato il gen. Vargas: la cosa era sempre più assurda, e preoccupante.Tanto che, lo stesso generale, gli aveva detto che sarebbe arrivato al più presto. Aveva raccomandato, comunque di continuare a cercare. Hurtado, seppure scetico, si era rivolto al serg. Orellana, dicendogli di far venire il capitano Henriquez. A questi aveva ordinato di far scavare ovunque e di sollevare persino i sassi nel giro di un chilometro, se era il caso.

“Hai fame?”Gli chiese la vampira, tornando improvvisamente al mondo. Lui ammise che sì, che qualcosa l’avrebbe mangiata. Uscirono dalla vettura in cui erano rimasti tanto a lungo, percorrendo i pochi metri che li separavano dai gradini, scricchiolanti e malfermi, che portavano alla veranda, e all’interno del comedor. Una penombra unta e flaccida, li aveva avvinghiati alla gola, spiaccicandone lo sguardo alle pareti sudicie e tarlate. Sedettero, ordinando uova, fagioli, caffè e tortillas. Una vecchia aveva smesso di spennare qualcosa che nulla aveva dell’animale originario. All’ordine, si diede da fare, trafficando con padelle e fornelli. Un puzzo di rancido ben presto aveva iniziato a diffondersi, nauseabondo. Aveva lo stesso odore delle carni ustionate di don Angel. La ragazza, Pilares, era stata molto generosa con lui.

Le ricerche proseguivano frenetiche, quando era arrivato il gen.Vargas. Il suo elicotero era atterrato poco lontano dalla macchina abbandonata dai fuggitivi. Hurtado l’aveva accolto come si riceve un capo, ma anche un complice. Vargas era nervoso. Quando lo era, un tic lo prendeva all’occhio sinistro. Un movimento quasi impercettibile sul faccione tondo e simpatico all’apparenza, ma che finiva per assumere lampi minacciosi, per chi lo conosceva bene. Hurtado lo aggiornò sulla situazione: avevano trovato solo scorpioni, crotali e qualche osso di coyote, ma dei fuggitivi nemmeno l’ombra. Il virus era fuori controllo.

Non aveva voluto ucciderlo. Le era bastato sputargli in volto tutto il suo disprezzo e sfregiarlo, in modo assai doloroso. Era stata la vampira a cedere a lui l’onere di liberare la faccia della terra da quello schifo. E lui non aveva esitato, usando gli stessi strumenti del boia defunto. Intanto, la vampira aveva aiutato Pilares a rivestirsi. E la stava accompagnando verso l’uscita, spiegandole cosa fare per svanire: doveva raggiungere al più presto Roxìo, al Barrio Perdido, lei l’avrebbe aiutata. Lui le aveva sorpassate, inseguito da una voluta di fumo acre:”E’ meglio che ci affrettiamo”aveva suggerito. Pilares, lo aveva fermato. Si erano fissati per una frazione di secondo. Poi lei gli aveva sfiorato le labbra con un bacio. La vampira le aveva detto che lì si dividevano le loro strade. Di andare avanti senza mai fermarsi o guardarsi intorno.

C’erano più di duecento uomini pronti a giurare di averli visti entrare lì, in quel tugurio che cuoceva, col suo tetto di lamiere contorte, sotto il sole nel desertico Real Catorce. E non ne erano ancora usciti. Cosa fosse successo lì, nella baracca, non era dato saperlo: c’erano solo ragnatele e scarafaggi. I due ufficiali si stavano guardando intorno, turbati da una vaga sensazione di minaccia incombente.

Era da poco che nei piatti campeggiava qualcosa di poco simile a ciò che avevano ordinato. Ma non mangiavano. Lei era persa, frugava con occhi dalla luce assente, tra gli strappi delle tendine luride alle finestre e le fessure tra le tavole sconnesse del pavimento.

Orellana aveva affermato che, prima di entrare, gli uomini avevano esaminato a terra e, dallo strato di polvere compatto, pareva che lì non ci fosse entrato nessuno da un pezzo. Hurtado aveva ammesso che l’assenza di impronte costituiva un bel rebus. Vargas aveva annuito pensoso: la stamberga era stata visionata anche con strumenti sofisticati, fatta a pezzi, e non avevano trovato indizio del virus. Solo una dannata sensazione di disagio.

Lui era da giorni che non toccava cibo. Però, lo stesso, si limitava semplicemente ad osservare, sbalordito, le pietanze, ed il caffè fumante nelle tazze di plastica. Nel piatto ci vedeva spuntare presenze laboriose: vermi che si disponevano a mangiare al posto suo. Il sole, tendente a calare, illuminava appieno lo stanzone e la vecchia cincischiava una canzone tra se e se.

Vargas stava ricordando ad Hurtado cosa significasse, per loro, quella situazione: erano in grave pericolo. La vampira giustificava benissimo, quel nomignolo che le avevano affibbiato i suoi colleghi della capitale. Fino a quando non l’avessero scovata, loro erano a rischio. E la brutta fine di Orozco e don Angel era lì a testimoniarlo. Potevano solo maledire il momento in cui avevano avuto l’idea di usarla.

Alle volte, con la forchetta, rigirava la poltiglia che aveva davanti, come a facilitare il lavoro delle bestioline vispe. E rimaneva ad osservare rapito. Il ricordare non lo aveva aiutato. Pensava che avrebbe dovuto smettere quella vita. Ma non riusciva ad immaginarne una diversa, senza quel ronzare di mosche, sempre intorno ad una carogna.

Delle urla ed un movimento concitato, avevano distolto l’attenzione di Vargas e Hurtado dai cupi pensieri. Si erano mossi all’unisono verso l’uscita, ma il colonnello era inciampato in uno sgabello. E l’occhio era stato attratto da un pezzetto di carta per terra. L’aveva raccolto: era una foto. Forse era rimasta incastrata tra le assicelle del banchetto. L’aveva stirata. Una volta messa bene a fuoco, era rimasto di pietra.

Con un gesto quasi meccanico, Reyes aveva estratto qualcosa di ancora lucido dal taschino della camicia. Era una fotografia tutta spiegazzata, una di quelle vecchie polaroid che dovrebbero servire a ricordare momenti particolari. Era da tanto che non la rigirava più tra le dita. Del resto, non gli aveva mai detto nulla il volto di quella donna che gli gettava le braccia al collo: si sarebbe detto che lo amasse perdutamente, solo che lui stentava a credere che fosse possibile un’eventualità del genere, o che si fosse mai potuta verificare. Alla fine, l’aveva accartocciata, ed infilata in una crepa abbastanza larga dello sgabello accanto a sè.

Vargas lo aveva preceduto all’esterno. Poco distante c’era un assemblamento di soldati, tutto intorno ad una macchia di cespugli spinosi. Hurtado si era fermato sulla veranda del ristorante. Il suo accorrere era stato frenato, prima dal cartoncino assurdo, e poi dallo svolazzare di avvoltoi, per nulla spaventati dalla presenza umana. Come colpito da un presagio, aveva ripreso in mano la foto: conosceva quella donna. L’aveva vista su diverse segnaletiche, quando era stato in missione a sud, nel Chìapas: era una guerrigliera, Ed aveva collaborato alla sua identificazione ed arresto con i guatemaltechi.

Ad un tratto lei si era scossa dal torpore:”Ci manca ancora un piccolo particolare: seguimi, ci stanno aspettando.”Disse,alzandosi decisa e gettando dei biglietti sul tavolo. Stavano uscendo dalla spelonca, che la vecchia raccatava già i piatti, gettandone il contenuto ad un maiale, che si era attardato a grufolare vicino all’ingresso.”Gente un po’ strana…”, aveva mormorato, facendosi il segno della croce. Ma, del resto, non poteva essere diverso, si era consolata, se si erano ritrovati a vagabondare in quel posto, alla fine del mondo.

Hurtado si era avvicinato anche lui e, per prima cosa, aveva notato l’aria sempre più scura di Vargas: erano state trovate delle ossa. Forse lo scheletro di una vecchia, a giudicare della conformazione e dagli abiti lisi. Uno scorpione, molestato dal clamore, ne stava uscendo da una delle orbite vuore del teschio. Vargas, quasi isterico, aveva convocato gli ufficiali, esortandoli a cercare ancora: a sollevare ogni granello di polvere o sasso, se era il caso, e sempre più lontano per quanto possibile. Il sole era ormai basso all’orizzonte. La notte s’approssimava, allungando a dismisura le ombre.

Reyes, prima di uscire, si fermò davanti allo specchio, scrostato, dietro al bancone del bar: era giorno inoltrato, quando la donna si era ridestata. Avevano passato la notte in cima al vulcano S.Pedro. Tastando il giaciglio accanto, aveva sentito di essere da sola. Aveva visto le nuvole del mattino sciogliersi al primo calore. E si era alzata . Lui, il suo uomo, era seduto di spalle sopra un tronco. Temendo fosse solo un fantasma, gli aveva sfiorato appena una spalla. Lui, ancora vivo, si era girato prendendola tra le braccia.

Hurtado gli aveva mostrato la fotografia spiegandogli il modo assurdo con cui l’aveva trovata. Anche Vargas conosceva quella ragazza. E sapeva pure dell’uomo che pareva l’amante: un consigliere Yankee, esperto di controguerriglia. In quel momento si era reso conto che forse stavano sbagliando tutto. Aveva fatto chiamare il pilota dell’elicotero, per sapere se potevano decollare subito. Quello rispose che c’era un problema al motore, e che stava cercando di risolverlo.

La vampira andò a riprenderlo che stava per entrare nello specchio per recuperare un brandello di vita: dovevano andare, non potevano tardare. A Reyes parve assurdo rinunciare all’ultima cosa che lo legava a quel mondo. Ma la vampira fu irremovibile. Lo specchio tornò a riflettere i raggi del sole morente e le cose in decomposizione del locale. Si rassegnò a seguirla.
Le tenebre erano già calate. Hurtado aveva dato ordine di accendere tutte le luci possibili, e dato disposizioni per una guardia rafforzata. Ma neppure le fotoeletriche risultavano efficaci a vincere l’oscurità vorace. E quando Vargas si avvide che tuti gli uomini sembravano spariti, ormai la scena era gravata da un clima irreale. Lui stesso si muoveva impacciato. Aveva provato a chiamare Hurtado prima, il capitano Henriquez poi, il suo attendente ed infine il sergente Orellana, ma senza esito alcuno. Anzi, le luci si erano affievolite, per poi spegnersi di colpo. E stava muovendosi a tentoni, quando si era avvicinato ai gradini della veranda. Gli era sembrato di vedere un’ombra accoccolata. Forse Hurtado, lo aveva scrollato, con il risultato di vederne scivolare il corpo come un cencio, fino ai suoi piedi: era Hurtado. Dal nero più profondo ancora, compresso nella cornice della porta del tugurio, avevano preso forma i contorni minacciosi della vampira e dello yankee.”Vargas?”Quella voce gli aveva afferrato le corde dei nervi, dandoci uno stratone terribile.”E’ proprio lui!”Il generale aveva cominciato a sentire un freddo pungente.”Tutte quelle bambine, donne… uomini… Don Angel è stato molto loquace!”Aveva cercato, disperato, con gli occhi, qualcuno dei suoi uomini.”Eppure avevi una famiglia felice…”Aveva provato ad arretrare, ma aveva incespicato nella testa di Hurtado.”…Eri un buon padre per i tuoi figli, Vargas!”Non riusciva più a muoversi: paralizzato totalmente. E non trovava una ragione a quella specie di processo.”Dovrebbe capire il perchè di tutto ciò. però non credo che lo ammeterebbe mai.”Sudava e stava gelando, non poteva che essere un incubo.”E’ tutto tuo!”Alla fine aveva esclamato Reyes, rivolto alla vampira.”Ha ancora intenzione di liberare la patria dagli infami trafficanti di droga, sfruttatori di donne e spietati assassini?”Aveva aderito lei,avvicinandosi ad annusare il sudore che inzuppava l’uomo di terrore indicibile.”Vuole servirsi ancora di me, generale Vargas?”Le uniche cose che gli riuscì di farfugliare furono che lui era un ufficiale dell’esercito, che gli si doveva rispetto, che aveva sempre combattuto per la patria. Ed infine fu solo il silenzio.

……………………………(Fine)………………………………………..

Questo è molto più che un commento di una carissima amica ed ex blogger:

Caro wood desidero lasciarti questa poesia scritta da Susana Chàvez in memoria di una donna vittima del femminicidio:

“Sangue mio,

sangue di alba,

sangue di luna tagliata a metà

sangue del silenzio”.

Susana Chavez, oltre ad essere attivista contro i femminicidi a Ciudad Juarez, era una poetessa. Aveva 36 anni. Hanno gettato il suo corpo seminudo per strada. La testa era avvolta in un sacchetto di plastica nero. Le mancava la mano sinistra.

E’ stata la prima vittima del 2011. Amnesty International ha richiesto un’investigazione approfondita. La Commissione Nazionale dei Diritti Umani ha aperto un’inchiesta. Le ong e i collettivi di donne non hanno intenzione di starsene zitti, nè di nascondere la propria indignazione… perchè il silenzio rende complici…………….

Monica

02 Febbraio 2012  woodenship

30 pensieri su “Un oscuro viaggiare (17-18) fine”

    1. Spero che ti possa piacere anche il racconto, ma già il fatto che tu gradisca i versi di quella poetessa è cosa assai bella……..Grazie infinite e l’augurio per una magica serata………

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  1. non ho letto tutte le ‘puntate’… forse mi è piaciuto proprio andar fiutando un po’ qua… un po’ là, ma ritrovandoci sempre una matericità dei luoghi, delle atmosfere (riconoscibili quanto spiazzanti), … gli odori… soprattutto una tattilità degli odori (anche quelli putridi). Tra queste ‘pieghe’ (meandri d’una complessa ricerca-perdizione dell’umano e dei corpi) ho trovato la narrazione più interessante, capace di traslocare il lettore dal proprio presunto angolo quieto in un altro posto.. anche nei momenti in cui la narrazione pur si concedeva al ‘genere’ e ai suoi meccanismi consueti e accattivanti.
    Non sono molto brava nei commenti, ma il finale chiamava a dire..

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    1. Mi sono costati moltissima fatica, ma sono contento che ti piacciano e che tu abbia compreso la narrazione e le difficoltà ad essa connessi a causa delle mie scelte di scrittura… Un abbraccio ed un fiore scintillante di stelle……..

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  2. Ecco, l’ho riletto tutto assieme e, inevitabilmente, mi sono persa. Non riesco ad entrare in questo tuo modo di scrivere, non riesco ad entrare nella storia, non riesco a vedere una trama. Temi drammatici, toccanti, sviluppati con uno scrivere che, mi ripeto, assomiglia ad un testo dell’assurdo. Passaggi repentini da una location all’altra, personaggi che non si sa se siano reali o protagonisti di sogni frutto di allucinogeni … fanno perdere il filo … no, scusami, woode, ma non mi è piaciuto, forse sono io che non l’ho capito, ma avrei voluto lasciare già dopo due o tre parti … chiedo venia … ma sono sincera e non mi sento di dirti una cosa per un’altra. Spero non te ne avrai a male. Apprezzo i valori che hai voluto trasmettere toccando argomenti così attuali e terribili.
    Molto bella la poesia di Susana Chavez, straziante, doloroso il suo destino, e giusto il non tacere, anzi, giusto gridare, gridare sempre di fronte a questi fatti disumani e infami.
    Un abbraccio sincero, mio caro amico, con grande stima ed affetto. 🙂

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    1. Perchè dovrei avermene a male, mia carissima amica? Anche le critiche sono sempre ben accette, soprattutto quando ben motivate come da te espresso. Non sempre ciò che si scrive può essere compreso o può toccare le corde della soddisfazione e quindi del gradimento. A mia discolpa posso solo chiamare il mio desiderio, la mia deliberata scelta di raccontare seguendo moduli narrativi non facili poichè complessi e articolati. Certo, avrei potuto scegliere modalità espressive più semplici e di più facile accesso per il lettore. Però ho optato per questa via perchè ho considerato che una storia simile meritasse un tipo di narrativa più attinente, proprio seguendo quella scia di scrittori come Marquez, Arguedas, Scorza, propugnatori del cosiddetto”realismo magico”. Ovvero narrare sospesi tra il magico, l’onirico ed una realtà così nuda e cruda da lasciare segni profondi nel lettore che ci si vuole addentrare. Certo, non posso dirmi minimamente all’altezza dei nomi citati. Penso che potrei loro soltanto pulire loro le scarpe. Dunque non posso che chiedere venia a te, per averti impedito di seguire ed apprezzare la storia come meritava. Per parte mia posso solo avanzare l’attenuante della sincerità e del desiderio di raccontare con modalità inconsuete, anche a scapito della facile comprensione e con la spropositata pretesa di richiedere una esagerata attenzione. Del resto mi rendo conto che seguire il filo della trama è molto difficile: tempi dei verbi che si differenziano,causa momenti che si intrecciano tra presente e passato, possono essere il frutto di disorientamento non solo per il lettore, ma possono esprimere benissimo anche lo spiazzamento del protagonista e dunque dello sviluppo della storia stessa. E’un po’ come se si vivesse in un passato continuo, poichè il ricordo si intreccia al presente vissuto, rendendolo irreale, immaginifico… Insomma: mi dispiace tantissimo che non ti sia piaciuto e che tu non si riuscita a farlo tuo questo “Oscuro viaggiare”, pero sono contento che tu me lo abbia esplicitato con critiche senza remora alcuna. Per il resto posso solo augurarmi che un giorno, quando magari dovesse ancora capitarti per le mani, aprendolo e rileggendolo un’altra volta, tu possa rivalutarlo almeno un pochettino…
      Grazie di cuore ed un bacio d’immenso…

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      1. “… momenti che si intrecciano tra presente e passato, possono essere il frutto di disorientamento non solo per il lettore, ma possono esprimere benissimo anche lo spiazzamento del protagonista e dunque dello sviluppo della storia stessa. E’ un po’ come se si vivesse in un passato continuo, poiché il ricordo si intreccia al presente vissuto, rendendolo irreale, immaginifico…” Ecco, hai capito esattamente quale è stata la mia difficoltà. Infatti il mio era un giudizio assolutamente soggettivo, senza avere alcuna altra pretesa. Non mi ergo certo ad alcun ruolo di commentatore, dico solo mi piace o non mi piace, e sono contenta che tu lo capisca, D’altra parte non mi va di dire, come fanno tanti, bello, bello, bello anche se non lo pensano, non motivando mai l’apprezzamento o meno. Altrimenti che razza di rapporto si instaura tra persone? Che scambio di esperienze può mai essere? Dirsi ciò che si pensa realmente è il significato di amicizia e stima a mio parere. Gli amici non sono quelli che ti dicono solamente ciò che vuoi sentirti dire … la mia stima per te è grande. Grazie a te e un bacio al ghiacciolo di menta … me lo sono appena mangiato … :mrgreen:

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      2. Non vado pazza per il pistacchio, ma se a te piace … sempre verde è … io non dovrei mangiare né il ghiacciolo né il gelato, ma qualche volta trasgredisco … mi sono fatta anche un bel caffè shakerato (non so come si scrive) … tutto bello fresco … oggi è un pomeriggio di relax … e di relazioni da salotto … 😀

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      3. Ogni tanto ci vuole anche questo… Pensa che quest’anno ho scoperto anche quanto è buono l’accostamento tra pistacchio e fragola… Peccato che non ti piaccia, altrimenti te ne avrei passato un quintale… Ah che gaffe… Hai detto che non potresti mangiarne… Perdona…….

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      4. Vuoi farmi fuori, eh!? 😈 Non ho mai pensato ad accostare fragola e pistacchio, voglio provare … poi se mi piace … mi puoi spedire quel quintale … visto che ti sei impegnato … posso sempre rivenderlo … 😛

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      5. Come vedi c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Non si finisce mai di imparare: se qualcosa non ti piace oggi, non è detto che domani tu non ne possa più fare a meno, diventando una dipendente da gelato al pistacchio con fragola… Un sorrisone: una tonnellata te la mando sul serio, se saprai farti piacere la fragola con il pistacchio… Un bacione d’immensa menta piperita….

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  3. Non ho commentato ogni parte per scelta, anche perché ho cercato di leggerne il più possibile tutto in una volta, per non perdere il filo del racconto. Non ti avevo mai letto in prosa, con un romanzo, ero abituata alle tue magnifiche poesie. Però devo dire che sei stato una piacevole sorpresa, anche se ho fatto un po’ fatica a seguire la storia, forse per il continuo passare dal presente al passato, con flash che mi hanno un poco destabilizzata, ma poi poco alla volta mi sono addentrata nella storia e l’ho apprezzata. Ripeto, veramente una piacevole sorpresa, Complimenti Wood.
    Un caro saluto e serena notte. Bacione, Pat

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    1. Grazie infinite mia dole Pat.per la pazienza e la dedizione con cui hai letto questa mia fatica letteraria, cogliendone il valore e la difficoltà in essa insita. Poichè l’intento era proprio quello di mettere il lettore di fronte ad una lettura non semplice. In quanto il racconto richiedeva degli espedienti particolari per non scadere nella banalità della denuncia e nemmeno del patetico dei sentimenti. Ho optato per una forma non scorrevole e complessa proprio per fare risaltare la psicologia dei personaggi e della storia, in una chiave di sospensione tra realtà e immaginazione… Grazie ancora per l’apprezzamento ed un bacio intenso di brezza marina…

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  4. Bene. Sono arrivato alla fine. E come quando leggi una storia che ti ha appassionato, un po’ ti dispiace che sia giunta alla fine. Avresti voluto seguire i personaggi nelle altre storie che non sono state raccontate.
    Così ho letto anche tutti i commenti. Ora ci si aspetta una sentenza da parte del lettore. Non mi sottraggo, anche perché non c’è nulla di meglio per chi scrive ricevere da chi legge una sua opinione, una sua sensazione, come dicono quelli che parlano le lingue, un “feedback”. Niente, non ci riesco a mollare la mia “creatura” o quella di altri, così brutalmente. Quando arrivo alla fine di un libro, chiudo l’ultima copertina e la fisso per qualche istante, mi rigiro il libro fra le mani e poi lo ripongo non senza una certa ritrosia.
    Sarà che anche io ho uno stile che non fa sconti al lettore, che quasi lo provoca a dananrsi per seguire la matassa di fili che gli srotolo sullo schermo, tendo a allontanare deliberatamente chi ama la lettura mordi&fuggi. Pertanto, lo stile che hai scelto per questo racconto l’ho trovato congeniale, adatto a un intreccio, che sopratutto dalla sparatoria in albergo, ha iniziato a entrare e uscire dal Mondo Ordinario al Mondo Straordinario. Alcuni puntili ho dovuti rileggere un paio di volte, ma ciò più per un utilizzo parco che hai fatto degli “a capo” e certi periodi a causa del medium risultano più oscuri, forse intenzionalmente. Non è una critica, perchè poi l’oscurità è il leit motiv di buona parte dei capitoli e lo stile pare adattarsi o quanto descrive. Insomma, dopo un periodo di adattamento, non ho avuto difficoltà a entrare in quello stato di sospensione che porta avidamente il lettore all’ultima pagina.
    Il tema degli omicidi delle donne nel Nord del Messico mi è particolarmente caro, come abbiamo avuto modo di scriverne in qualche nostro scambio. E la storia termina cupa e senza soluzione, ma almeno con una giustizia per tutte quelle donne scomparse senza che i media abbiano mai provato a sensibilizzare l’opinione pubblica. Come se non importasse a nessuno. Questa sensazione d’impotenza l’hai resa bene, ma – ti sia reso onore e merito – che hai scelto tu di fare qualcosa: una tremenda punizione terrena di quei mostri che hanno le sembianze di uomini e donne. La vampira, tecnicamente è un “mostro”, ma i veri mostri sono quegli uomini e donne, “potenti” o sodali di questi, che partecipano o non fanno nulla a questa barbarie.

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    1. Che dirti? Dovrei appuntarti una medaglia sul petto amico mio. Te ne sono davvero grato di avere resistito fino alla fine.La lettura non è facile.Forse perchè sono stato troppo ambizioso: Una scrittura così complessa richiede delle conoscenze di tecnica che non sono facili a fare proprie. Il racconto si snoda attraverso diversi registri narrativi: da quello della memoria a quello di differenti momenti temporali, aggiunto a quello della realistico nel rapportarsi con la leggenda, il mito… Insomma, ho dovuto cercare di arrangiarmi parecchio. Escogitando diversi stratagemmi per cercare di rendere plausibile l’implausibile. Come quello delle discrepanze temporali che,ad un certo punto, permettono alla vampira ed al suo amico di sottrarsi alla cattura ed alla caccia dei loro nemici. Insomma: non è stato un lavoro semplice e mi ha richiesto moltissimo tempo. La tua lettura così attenta mi lusinga assai e mi compensa del tempo impiegato…
      Muchas gracias amigo y de corazon sincero!……..

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      1. Si vede l’impegno e la difficoltà nell’adattare lo stile ai diversi momenti narrativi. Sarà che anche io ci provo a scrivere e quindi affronto difficoltà analoghe, quindi ti comprendo e trovo giusto premiare la tensione a raggiungere l’obiettivo, piuttosto che giudicare il risultato finale (che comunque a me ha soddisfatto): tutto sommato non è che hai venduto un libro, il lettore ha letto gratuitamente e di sua spontanea volontà. Un po’ di rischio c’è in tutte le cose della vita. Gli autori cui ti sei ispirato avranno riversato buona parte del loro tempo ad affinare tecnica e stile. Se ti mettessi a fare lo scrittore sono sicuro che uguaglieresti gli stessi illustri autori che ti hanno ispirato. Si vede che a un certo punto ti sei concentrato sulla storia e hai tralasciato la forma, intendo l’impaginazione, i fine paragrafo, qualche punteggiatura…Non ti sto facendo i peli, perché anche io vengo colto dal malomOrbo della punteggiatura a caxxo, ma è veramente una minuzia che sono riuscito a superare rileggendo meglio e con più concentrazione; quindi l’errore a monte è anche del lettore “di fretta”; diciamo 50% di responsabilità tra autore e lettore.
        Hasta luego

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