Delirio a Scuola (La manifestazione)

Infine ottobre:ricominciano le scuole il primo del mese. Tanti anni fa era così. Come sempre, le elementari  erano nel vecchio plesso dai soffitti pericolanti, generosi di calcinacci, ma benigni: fino a quel momento nessun ferito, solo un po’ di paura. Di medie superiori, manco parlarne: in città, a trenta chilometri. Invece, le medie inferiori, risiedevano in una palazzina. In origine destinata ad uso abitativo: stanze grandi, doppi servizi, cucina spaziosa. Il Comune aveva pensato bene di affittare, il tutto a caro prezzo, per i fanciulli. Sicchè potessero non sentirsi a disagio, nelle sorde, grigie e fredde aule: volete mettere, far lezione in una mancata stanza da letto? Qualche problemino c’era: bagni d’appartamento, cinque stanze, cinque aule per tre piani. Niente laboratori. L’unico a suo agio, il bidello: in cucina, il caffè ce lo faceva comodo, e pure i panini. Come palestra? Nessuno si preoccupi. Non c’era perchè, nelle palazzine ad uso civile, non è prevista, di norma, la palestra. Una volta l’anno, in primavera, si camminava per 1km, e si andava al campo sportivo, a giocare partite memorabili di 50contro50. Con un solo pallone, per giunta sgonfio. Questo era lo stato dell’arte. Quando, un bel mattino, assolato come solo d’ottobre nel profondo meridione, i ragazzini, non si sa come nè perchè, decisero di averne le tasche piene. Forse era il virus della contestazione, quello che aveva già fatto molti guai. Ogni discorso, a quel punto, cominciò e finì allo stesso modo: sciopero. I più grandicelli, prendevano per mano gli smarriti primini, convincendoli della necessità. Decidere di manifestare, fu una conseguenza naturale. Già in corteo,la quasi totalità degli studenti medi, si mosse. Sul corso principale ci si guardava, contandosi: una moltitudine. C’erano anche dei professori. Allora, non si trovò di meglio che invitare anche i bimbi delle elementari. Tutti assistettero increduli: anch’essi uscirono in strada. La popolazione guardò ancora più sgomenta, alla sfilata combattiva e motivata. Alcuni professori e maestri, per non sentirsi scavalcati, pensarono bene di prendere il comando delle operazioni. Giornata memorabile, delirio di onnipotenza. Il giorno dopo? Poco o nulla: il preside disse che era stato bello, un gesto lodevole, ma che non si ripetesse più… Dimenticavo: la palestra, i laboratori… Dei secondi, manco la puzza. Della prima, invece: un magazzino dal pavimento di cemento e polveroso. Senza finestre. In cui poter giocare 20contro20, partite accese nella semi-oscurità, tra nuvole ammorbanti. Sia ben chiaro: le cose belle, come le conquiste, durano poco. Anche quella pseudo palestra, presto venne dismessa: avevano in progetto una scuola nuova di zecca. Dopo una ventina d’anni, un nulla, se si pensa alle glaciazioni, o alpleistocene, mi ritrovai a passare per quelle contrade. L’edificio scolastico c’era già. Tutto nuovo: attorno dominava l’immancabile polverone sollevato dai camion,instancabili,da quelle parti. La scuola c’era lì da alcuni anni e già deperiva, ma non ancora funzionante. Il motivo?… “Bho?”… “Chissà?”…”Picciotti…”, bofonchiavano gli intervistati.

woodenship  01/04/2011

29 pensieri su “Delirio a Scuola (La manifestazione)”

  1. io penso per anagrafica che giungessi un decennio a seguito… e noi si giocava con la palla di carta tra le file di banchi miracolosamente aperte dalle nostre minime mani, ma ingegnose. Eppure ho un ricordo ora, che s’accende… Ho fatto le medie inferiori dove desiderammo accadesse. Era passato un decennio o poco più dal terremoto dell’80 che scosse la Campania; i vetri ancora li taglienti, l’edificio abbandonato all’incuranza senza tempo, al procastinare ingiustificato; la chiamavamo la nostra lotta: un gruppo di madri con noi ‘piccirilli’ appresso, di mattina in mattina, in sfinenti attese fuori le porte del cosiddetto ‘potere’.. a batter pugni.. capeggiati dalla signora N. Fu il perseverare tutti insieme, fu non so cosa, …la scuola venne riaperta, riorganizzata col minimo indispensabile, quanto bastava per le prime due classi: due classi di numero: due prime. Poi due più due e tre e oggi non so quante, ancora li…
    Un saluto a tutti e grazie a Silvatico per il suo articolo e quanto porta a pensare…

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    1. Storie molto comuni nel nostro sud, a dimostrazione di come il tempo sia cosa soggettiva: scorre, ma riproponendo una indolenza umana a dir poco colpevole e insensibile. Una indolenza che spesso si fa apatia e accettazione fatalistica. Ma che in altri casi, come in quello da me narrato e nel tuo così bello e forte che generosamente hai voluto condividere, in cui non basta più il fatalismo ed allora si picchia pure con le mani alle porte del potere sordo ed arrogante, nonchè truffaldino… Grazie infinite per il preziosissimo ricordo-testimonianza ed un carissimo saluto………..

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    1. Sicuramente più giovani e gli occhi molto diversi: più vispi e curiosi. Nessuna autonomia riuscirà a restituirceli: ognuno è figlio del proprio tempo. I figli di questo tempo hanno occhi diversi… Grazie infinite ed un caro saluto……..

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  2. Cosa c’è di più bello nel ricordare la nostra adolescenza passata sui banche di scuola, certo non tutti abbiamo avuto le stesse esperienze, ma nell’insieme le stesse sono molto simili.
    Sei molto bravo Silviatico nel ricordare i soffitti scalcinati, le aule ricavate in appartamenti di civile abitazione, la palestra che non c’era, il bidello che faceva il caffè per i professori, le marce a fianco di quelli più grandi che manifestavano per il divorzio, per l’aborto, insomma per gli studenti l’importante era non andare a scuola.
    Per la maggior parte dei ragazzi era cosi, per altri invece no, gli altri erano quelli che oggi chiameremo indisciplinati o disadattati(fuori dalla linea di adattamento al sistema), all’epoca questi ragazzi invece di giocare a pallone come tutti gli altri, passavano il tempo a leggere, leggere e poi ancora leggere, ma non i fumetti come , Zagor, Tex o Capitan Miki, no no, leggevano testi già impegnati, Marx, Engels oppure Parmenide e questo li rendeva differenti agli occhi dei loro coetanei ma anche dei grandi. La sensazione di essere diversi la si percepiva soprattutto quando a scuola si rivolgevano delle domande ai professori, e mentre questi non erano preparati per risponderti, tutti gli altri ridevano perché eri diverso.
    Diverso perché non ti è importato mai nulla del pallone o della bici, ma eri preso da domande esistenziali che ti ripetevi quotidianamente, del perché siamo in vita, quale sarebbe stato il ruolo della nostra esistenza, del perché non si è potuto scegliere di esser nato oppure del perché nella vita occorre scegliere.
    Ecco, forse si potrebbe capire da queste domande, fatte da un quattordicenne, del perché questi ragazzi erano “diversi” dagli altri. Ma si sa che la vita ci riserva dei ruoli che da piccoli non possiamo conoscere, molti riescono a scoprirlo in età adulta, altri non riusciranno mai a scoprirlo adattandosi a quello che la vita offre loro, pochissimi invece lo scoprono fin dall’adolescenza.
    La cosa più bella per un uomo è sapere ciò che deve essere fatto per se, ma anche per gli altri, in un ottica di solidarietà e altruismo affinché chiunque possa pensare, nel momento del bisogno, che non sarà abbandonato perché ci sarà sempre qualcuno a cui potrà chiedere aiuto.

    Caro Silviatico qui mi fermo, chiedo scusa se sono andato fuori tema, ma il mio cuore quando ricorda, ricorda soltanto con Amore.

    Un abbraccio…..

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    1. No, mio carissimo amico, non mi pare proprio che tu sia andato fuori tema; Anzi, se possibile, lo hai ulteriormente allargato, raccontando quanto, per mera esigenza narrativa, è rimasto fuori dal racconto, semplicemente adombrato. E che io semplicemente proposto sfumato in quella spontaneità nello scendere in piazza anche di coloro che non comprendevano bene cosa stesse accadendo, però sentivano l’esigenza di doverlo fare. Bambini si è bambini. Ma è anche vero che la percezione della necessità e del bisogno non conosce età. Ecco così il connubio in piazza tra età diverse e diverse sensibilità. Io devo ammettere, per il tempo, di avere avuto una ulteriore specificità: nonostante la spinta che veniva a politicizzarsi, ad imbracciare Marx e Mao, ho avuto la spinta ad aprire Dostoevskij, i viaggi incantati di Erodoto, la razionalità di Erodoto… Dunque ulteriormente fuori da fuori. Ma che mi ha portato ugualmente a tante delle considerazioni che tu hai espresso in modo così mirabile e condivisibile. Sì, hai aggiunto al mio racconto un altro racconto che si interseca e dirama per gli attori giovani di allora. Te ne sono infinitamente grato e ricambio l’abbraccio agurandoti una serata delle migliori…

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  3. Quanta verità nelle tue parole mio caro. Edifici nuovi lasciati diventare vecchi senza che nessuno ne possa usufruire . Quanti ce ne sono in Italia? Edifici scolastici con palestre spaziose inutilizzate, ospedali con macchinari di ultimo grido mai usati. abbandonati nella sporcizia, nel degrado più assoluto. E la vela del famoso architetto spagnolo Calatrava , che doveva essere il fiore all’occhiello per i mondiali di nuoto del 2009, abbandonata a se stessa, impalcatura spettrale qui a Tor Vergata alle porte di Roma capitale?.Ahimè mio caro. Un’Italia ferita e dimenticata da tutti coloro che dovrebbero averla in cura, è quella che fa più senso oggi. Ciononostante, col cuore ferito, accarezzo il tuo lasciandoti un sorriso. Isabella

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    1. E’ l’Italia di sempre, tanto che non si riescono più a trovare parole per descriverla. E’l’Italia di una buona parte degli italiani. E’ l’Italia dei funerali sontuosi per i mafiosi in piena capitale… Grazie infinite per la preziosa testimonianza e per l’apprezzamento molto lusinghiero……….Un bacio dalla brezza più tenera e soave…….

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