La vita…e l’arte

La vita…

“Non ne posso più!” Aveva esclamato, alzandosi di scatto e rovesciando la seggiola del tavolo a cui era seduto: “Basta!” Aveva rincarato la dose, lasciando di stucco la donna che aveva di fronte a sè.”Ma cosa ti succede Livio?” Chiese lei con un filo di voce, rassettandosi i lunghi capelli neri, scompigliati dalla sorpresa.”Vado a prendere le sigarette, Clara!” Ancora più stranita lei: “Hai ripreso a fumare, Livio?” Lui la guardò con occhi di fuoco:”Sei ipocrita e falsa, perchè non dici la verità?” Mentre indossava la giacca,Clara supplichevole:”Ti prego, non lasciarmi, abbiamo un lavoro da terminare…”Lui fece spallucce. E, prima ancora che si potesse fermarlo, aveva inforcato la porta, uscendo sul corridoio. In un paio di salti fu alla scala. La discese fulmineo. Rapido come il vento arrivò alla macchina e avviò il motore. In poche manovre stava già sobbalzando sulle buche della stradina di ghiaia che conduceva alla statale. Giunto all’incrocio, girò a sinistra e andò verso la città.
Sulla strada c’era poco traffico, sebbene non fosse poi tanto tardi. C’era nebbia e pioveva: una perfetta serata di Novembre nella bassa padana. Intanto si diceva che era proprio l’ora di farla finita con quella storia. Non ce la faceva più: sempre le stesse scene frustranti e desolanti; tutta quella falsità, doppiezza e tradimenti, l’avevano stancato. Avrebbe voluto qualcosa di più esaltante, di diverso,di più vero, soprattutto. Stava pensando mentre parcheggiava. Si affrettò, vedendo che il locale si apprestava a chiudere. Due uomini, poco discosti, sembrava che stessero litigando. Avevano un forte accento meridionale. Non ci fece caso, e a torto. Stava per entrare che gli furono addosso: uno gli puntò la canna di una pistola tra le costole; l’altro gli ringhiò di seguirli senza fare scherzi. Lo sospinsero verso la loro macchina. Lo caricarono a bordo. Quello della pistola gli disse di recitare le sue ultime preghiere, perchè l’avrebbero scannato come un maiale. Poi gli affibbiò un colpo alla nuca con l’arma, stordendolo. E partirono a razzo.
Non fecero molta strada: alla prima curva, un leggero
sbandamento, permise a Livio di colpire con una gomitata improvvisa il muso del sicario, ancora convinto che lui fosse svenuto. Ebbe luogo una repentina colluttazione: nel tentativo di disarmare l’assassino, partì un colpo che andò a piantarsi nella testa del conducente. Livio si ritrovò con la pistola in mano e ne scaricò il caricatore in corpo all’avversario. Ma, intanto, l’auto senza più controllo, andò a schiantarsi contro un albero. E, a fatica, riuscì a cavarsene fuori. Aveva ricevuto un brutto colpo alle gambe, ma non pareva che avesse qualcosa di rotto. Solo che tremava: sentiva la febbre fino nelle ossa. Si trovava su un viale squallido e deserto di periferia. Si accovacciò sul bordo dell’aiuola spartitraffico e ristette, guardando la macchina fumante. Ad un tratto si rannicchiò e cadde in deliquio, tanto da non accorgersi dello sciabolare di luci dai lampeggianti dei mezzi di soccorso.
Quando riaprì gli occhi, si ritrovò in una stanza di ospedale. Fissò a lungo la flebo che gocciava instancabile, cercando di realizzare come mai si ritrovasse lì. Quando tutti i tasselli tornarono ai loro posti, cominciò a chiedersi chi potesse essere stato il mandante. Poi scacciò il pensiero: a tempo debito, si ripromise. Per adesso doveva uscire di la, aveva un lavoro da portare a termine. E lui non era uno che lasciasse le cose a metà. Il tremore si era placato. Con la mano libera staccò l’ago. Cercò le scarpe. In un armadietto trovò i vestiti. Dopo essersi rivestito, barcollando, si avvicinò alla porta. Aprì con cautela: nessuno in vista. Uscì nella penombra. Sfilò davanti alla postazione degli infermieri di turno. Da una fessura tra gli alettoni della veneziana che impedivano la vista dall’esterno, scorse una giovane e procace infermiera, mentre si lasciava intrattenere dalle mani galanti ed indiscrete di un uomo, un poliziotto: audace ed impertinente, nel frugarle sotto il camice, tra le gambe e, persino, sbottonando la divisa candida, a liberarne il seno prigioniero. Silenzioso, scivolò come un’ombra, avanzando verso l’uscita. Infine fu sul piazzale antistante all’edificio. Non pioveva più, e s’incamminò, sparendo nel buio.
Nemmeno un’ora era trascorsa dalla sua fuga, che la corsia si animò caoticamente del via vai di infermieri e poliziotti.
Quello che sembrava il capo degli agenti, era lì che dava ordini a mitraglia, aumentando il disorientamento. Dentro di sè, l’uomo, si stava chiedendo come avesse potuto fare a sparire in quel modo il tizio: lo avevano dato per moribondo, da come era acciaccato… Ad un tratto estrasse dalla tasca un telefonino che ronzava follemente. E rispose:”Vice commissario Menzilli…” Una voce adirata e per nulla intimidita dal suo essere vice comm., gli chiese a che punto fossero le ricerche.”Nulla”rispose a malincuore, scatenando ancor più l’interlocutore:”Possibile? Vien trovata una macchina schiantata con due cadaveri crivellati di colpi a bordo. E loro che fanno? Si lasciano sfuggire quello che, probabilmente, era molto più che un semplice testimone…”A ciò seguirono una sequela di insulti irripetibili. Ammutolito, Menzilli non trovò di meglio che assentire. Mentre la comunicazione veniva interrotta con un perentorio:”Trovatelo!”Una parola, pensò lui tra se e se, maledicendo la leggerezza di avere lasciato a guardia Nicastro, quel bellimbusto sciupafemmine. Intanto che era immerso in quelle considerazioni, gli fu accanto proprio Nicastro. Il primo impulso fu quello di mettergli le mani al collo e stringere, fino a spegnere quella luce da triglia lessa dagli occhi; poi di prenderlo a calcioni tra i suoi gioielli; infine si limitò ad una strizzatina  di guancia, un pizzicotto tale da rendere l’idea a Nicastro dei suoi sentimenti. Nicastro, quasi a farsi perdonare, e per far cessare quella stretta che avrebbe potuto privarlo di una porzione di viso, gli porse un plico spiegazzato di fotocopie. Aggiustandosi i baffetti ben curati, si massaggiò la guancia indolenzita,sostenendo di averlo trovato per terra, sotto l’armadietto nella stanza del ferito. Menzilli esaminò i fogli, studiandoli attentamente. Gli pareva di capire di cosa si trattasse. Sfogliò diverse volte il plico, ricavandone parecchi indizi importanti. Soddisfatto, diede un buffetto a Nicastro, quasi a significargli che,se andava bene, quello sarebbe stato il suo perdono. Prese il telefonino e chiamò la centrale.

…E L’ARTE

Allo stesso tempo l’evaso aveva raggiunto una zona con diverse auto in sosta. Ne scelse una. Ne disattivò con destrezza l’allarme. Armeggiò con i cavi, mettendola in moto e partendo, che alle spalle il cielo schiariva. Infine si ritrovò alla casa. E si preparò ad affrontare ogni evenienza. L’edificiò pareva immerso nel sonno. Il portoncino era socchiuso, spinse il battente ed entrò. Salì la scala che portava al piano superiore. Sul corridoio, da una stanza, udì dei rumori sospetti: come dei gemiti, cigolii, dei mugolii, quasi una lotta disperata: magari qualcuno che veniva strangolato. Senza frapporre indugi, spalancò l’uscio con una spallata, nella tradizione dei migliori film d’azione. Lo slancio lo portò a proiettarsi come una bomba su un letto, sul quale si stava svolgendo quello che si sarebbe anche potuto definire un amplesso: una donna che cavalcava un uomo. La donna, d’istinto, spiccò un salto strillando, evitando di poco di finire spiaccicata dalla massa di Livio che andò a scaricarsi sul maschio. Questi ricevette pure un paio di pugni, prima che mani pietose afferrassero l’eroe, distaccandolo dalla vittima. A Livio andò riaccendendosi un barlume di consapevolezza: forse aveva fatto un disastro. Guardava ora la donna che tremava, non era Clara; ora l’uomo che ululava di dolore, non l’aveva mai visto. O forse sì: doveva essere quel tizio antipatico che, un giorno, aveva osato chiamarlo collega. Si era sentito profondamente offeso: Livio non era un attore di cinema porno, era un vero attore, lui.
Aveva cercato di ignorarlo, manco fosse un tafano fastidioso. Ma, quello che sosteneva di essere il regista, continuava a dirgli:”Ma chi cazzo sei?!” Era fuori di sè per la rabbia, nel vedersi l’attore conciato per le feste e le riprese interrotte. Non aveva tempo da perdere lui, c’erano scadenze da rispettare e penali da pagare. Stava per scagliarsi contro Livio per dargli una lezione. A fermarlo fu l’arrivo di un suo collega, anche lui regista:”Livio,ma che ci fai qui a quest’ora?”Esclamò il nuovo arrivato. E continuò:”Ti abbiamo aspettato per ore!”
“Ho avuto un contrattempo Geppo.”Rispose nervosamente Livio. Cominciava a infastidirsi. E stava considerando l’idea di dare il fatto suo al rompiscatole regista di film porno. Geppo si mostrò comprensivo e conciliante, dicendogli:”Mi dispiace, ti abbiamo aspettato a lungo. Alla fine pensavamo che ci avessi abbandonato, rinunciando alla parte…”
“Non si è trattato di abbandono: seriamente avevo necessità di fumare. E pensavo che ci fossse una pausa…”
“Comunque Clara è andata a casa, ma tra non molto torna e con lei gli altri ed allora potremo riprendere la nostra fiction sulla mafia. Ricordati che sei il nostro personaggio principale.”Concluse Geppo ammiccante.
Il regista di porno aveva ricominciato ad imbufalirsi:”Ma come facciamo noi a finire per ‘stasera?”Chiese indicando l’attore con un occhio di mille colori ed il naso sanguinante, assistito alla meglio dalla donna con fazzoletti, e che badava di tenersi alla larga il più possibile dall’energumeno che l’aveva malmenato. Vinto dallo sconforto, l’uomo
cercò di lanciarsi ancora addosso a Livio:”Ti faccio a pezzi!”Urlò come un giapponese a guisa di banzai. Ma Geppo lo fermò ancora una volta:”Vieni,vediamo di trovare una soluzione.”Lo condusse fuori dalla stanza.”Ma come!”Esclamò quello,seguendolo.Quando furono al riparo da orecchie indiscrete,Geppo gli disse:”Attento,quello mi è stato raccomandato da don Vitale. Lo conosci don Vitale?”Il regista impallidì:”E’ uno dei suoi uomini?”
“E’ possibile, di certo è da prendere con le molle. In ogni caso non brilla per intelligenza e non è cattivo. Vuole soltanto fare l’attore. E’ un impiastro, una schiappa, ma sai come vanno le cose nel nostro ambiente. E don Vitale ci tiene a lui, me l’ha fatto capire…”
“E adesso cosa faccio?”Piagnucolò il disgraziato.”Forse una soluzione c’è, adesso vediamo…”Così dicendo Geppo, col tapino appresso, fecero ancora ingresso nella stanza. L’operatore era lì che sonnecchiava steso sul cassettone, con i piedi sospesi nel vuoto; Livio si era accomodato sul letto e rifletteva sull’agguato della sera prima, si stava convincendo che ad avvertire i killer non poteva essere stato che qualcuno della troupe, altrimenti come avrebbero mai potuto sapere del suo arrivo in quel bar. La donna era nel bagno
con il partner per assisterlo nelle cure. Geppo chiamò:”Marta!”La donna fece capolino dal bagno:”Sì?”
“Cosa ne pensi se cambiamo eroe?”Lei si mostrò stupita. Poi, intuendo ,fu più possibilista:”Si può anche provarci, in fondo ha mostrato una certa irruenza…”
“Allora vieni, dai!”Disse impaziente il suo regista. Intanto diede una scrollata all’operatore, facendolo cadere dal cassettone e richiamò il tecnico delle luci. Marta si avvicinò nuda e flessuosa, morbida e provocante, a Livio. Questi ancora non aveva capito dove volessero andare a parare. Provò a respingere le avances. Ma Geppo intervenne:”Mio caro Livio,hai fatto un grosso danno ed ora devi rimediare: sennò il mio amico qua non potrà finire il suo film. Anche noi saremo danneggiati, perchè lui ‘stasera sarà ancora qua a girare a vuoto. Ci pensi che disastro non poter ultimare le nostre riprese? Ci pensi al nostro capolavoro, quello che ti permetterà di sfondare come attore televisivo?”
Livio maledì la sfortuna che seguitava accanirsi su di lui, sulla sua aspirazione a far carriera attorale. E si lasciò tirare giù i pantaloni da Marta, già inginocchiata ai suoi piedi, impaziente di scoprire le sue doti nascoste. Questa controllò accuratamente, provando a ravvivare il muscolo che, per la verità, non mostrò necessitare di grandi stimoli. Soddisfatta dalla risposta, lanciò un’occhiata di assenso entusiastico al regista. Livio provò, tra un sospiro e l’altro, prima di arrendersi completamente, un’ultima difesa:”…Io sono un attore vero, non posso abbassarmi a tanto!…”Ma i suoi pantaloni risultavano già ammainati.”Va bene!” Esultò il regista giulivo” Finiscilo di spogliare, poi continuate a recitare a soggetto.Tu,Livio, mettici la stessa foga con cui hai sfondato la porta…”
A Livio non restò che rassegnarsi, ma in cuor suo era triste ed il suo amor proprio fiaccato. Però ci diede dentro lo stesso: era pur sempre un professionista. E lo avrebbe dimostrato anche in quel campo. Fu quando stava per giungere all’apice dell’espressività artistica, dando il meglio di sè nella parte ingrata, che la scena venne di nuovo interrotta. Altri personaggi fecero il loro ingresso in campo:”Fermi tutti polizia!”Livio provò a sottrarsi all’intimazione. Fu afferrato ed ammanettato prontamente. Marta ebbe un gesto di disappunto: per la seconda volta le veniva impedito di manifestare appieno la sua professionalità. A malincuore, si stava rivestendo, quando il vice commissario Menzilli
le chiese:”Signora, lei conosce costui?…”
“No”rispose Marta, scuotendo la testa, come se si stesse ridestando in quel momento.
“…Costui è sospettato di essere uno dei più pericolosi killer mafiosi.”
“Davvero?”Riuscì a dire Marta, prima di svenire. Soccorsa da Geppo, quando si riebbe, riuscì appena a dire che poi non era così male. Menzilli chiamò Nicastro che, intanto, stava controllando i documenti e le autorizzazioni dei presenti.
“Commissario?”
“E’ lui?”
“Senza dubbio”confermò l’agente.
Mentre lo stavano aiutando a rivestirsi, una figura di donna si disegnò sulla soglia della stanza: Clara, col viso che, in un lampo, si fece stravolto dalla rabbia e dal rancore, repentinamente  si  lanciò addosso a Livio come una furia, cercando di cavargli gli occhi.”Bastardo assassino! Sei ancora vivo, sei riuscito a sfangarla ancora, schifoso verme assassino! Hai ucciso il mio fidanzato e già non te ne ricordi più: ti avrebbero dovuto scannare come un maiale!”I poliziotti dovettero fare sforzi immani per staccare l’impazzita Clara da Livio, il quale, con la faccia ricoperta di graffi, capì finalmente chi è che aveva avvisato i sicari, Però provò una sottile fitta al cuore, in fondo lei non gli dispiaceva. E poi non l’aveva mai vista prima di quel lavoro. Mai avrebbe potuto pensare che ci fosse un legame tra lui e lei. Un’altra persona, il regista di porno, stava cercando di vincere l’opposizione di tre agenti per lanciarsi pure lui addosso a Livio. Menzilli, a quel punto, ordinò che  tutti i presenti fossero accompagnati in commissariato, perchè la cosa si faceva piuttosto ingarbugliata. Livio lo portarono via che, a fatica, veniva trattenuta Clara da due poliziotti. Menzilli, intanto, stava dicendo a Nicastro:”…Sì, era proprio una sceneggiatura, una pessima sceneggiatura. Non capisco come possano trasmettere simili schifezze in televisione…”

 

06 Maggio 2013  woodenship

3 pensieri su “La vita…e l’arte”

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